E’ davvero gratis ? - Inchiesta di altroconsumo sull’economia del gratis

Ho rilasciato l’intervista sotto a HiTest, la rivista di tecnologia di Altroconsumo (questo l’intiero dossier in pdf)


Quando usiamo servizi online gratuiti, come Google, YouTube, Facebook… in realtà, cediamo loro informazioni personali.

Uno tra i massimi esperti italiani di internet, ora deputato per Scelta Civica, spiega i punti critici dell’economia del “gratis”, e come l’Europa può scioglierne alcuni.

HT I big come Google tolgono potenziali quote di mercato a chi non può permettersi di dare i propri prodotti gratis?
Una posizione dominante in un settore è usata per conquistare settori adiacenti, sovvenzionandoli con i ricavi fatti altrove.
Questo costituisce una barriera all’accesso per gli altri.
Google fa soldi con le pubblicità messe a corredo dei risultati di ricerca.
Ma la ricerca a Google non basta per tenerci dentro al suo mondo: deve creare servizi che abbiamo voglia di utilizzare: ed ecco arrivare Google Docs e Google Drive.
Dato che il problema dell’interoperabilità di questi servizi è enorme, l’utente tende a restare con chi ha cominciato.

HT Questo ostacola la concorrenza.
Si è lavorato per stimolare la concorrenza tra operatori di telecomunicazione: la portabilità del numero per i cellulari è stata voluta dalla politica per facilitare la mobilità degli utenti e l’industria si è dotata di sistemi per consentirlo.
Molti modelli di business su internet si basano proprio sul contrario, cioè su effetto rete e lock-in.
Una volta che hai scelto me (anche perché sono gratis), non te ne vai perché non trovi un servizio alternativo davvero compatibile.
Manca l’interoperabilità tra sistemi e il cliente non è libero di cambiare.
A mettere ordine in questo settore ancora senza regole potrebbe pensarci l’Europa.
Per ora non è nemmeno all’orizzonte, ma ci si penserà.

HT Esiste un problema di privacy? Cosa rischiamo?
La corretta gestione dei propri dati personali si impara: occorre educare la collettività.
In fondo abbiamo 10 mila anni di storia e le prime connessioni adsl risalgono appena al 2001: siamo in un momento di transizione, ma andando avanti un equilibrio si troverà.
Sono più preoccupato dall’uso massiccio dell’elettronica per rilevazioni fatte a nostra insaputa; le tecniche per il riconoscimento dei volti sono mature, quindi in futuro l’uso massiccio di telecamere di sorveglianza potrebbe avere un impatto su tutti noi.

HT Intere industrie sono state penalizzate dal gratis, per esempio i quotidiani. Torneremo mai a pagare per questi contenuti?
Tecnologia e network sociali in larga misura prendono il posto delle funzioni di selezione e aggregazione che prima erano proprie dell’editore.
I ricavi dei giornali sono destinati a scemare e la distribuzione fisica a ridursi.
Vi sono ovviamente alcune eccezioni, per esempio l’informazione specializzata utile per il lavoro, che il lettore è ancora disposto a pagare.
L’evoluzione dei differenti dispositivi porterà a contenuti molto brevi, più simili a pillole, e contenuti più lunghi, più simili a saggi. È prevedibile, quindi, che ci sarà una polarizzazione maggiore tra persone informate molto superficialmente e persone informate in modo più approfondito.


una settimana impegnativa

questa settimana praticamente non ho scritto… mi scuso.

lunedì a verona in ospedale per controlli e pratiche burocratiche anche in vista prossima operazione del 30; poi riunione con dirigente confindustria, incontro con elettori che mi avevano scritto, conference call con prof della scuola della figlia, conference call per un progetto universitario e rientro a milano, deposito interpellanza su equo compenso.

martedì mattina partenza per roma e aula tutto il giorno piu’ commissione con rientro a milano in nottata; nel frattempo lavoro a due iniziative dell’intergruppo innovazione..

mercoledi mattina a milano colazione con uno startupper, poi riunione re. iniziativa di sostegno al made in italy, ritorno a roma, incontro con albergatori, visita a incubatore startup, poi cena e dopo cena di lavoro con l’intergruppo innovazione

giovedi conferenza stampa per barcamp alla camera, poi aula, sopralluogo flash alle sale per barcamp, incontri (negli interstizi delle votazioni in aula) con associazioni di librai, riunione per scuole digitali, riunione re. offerta turistica digitale; poi durante cena organizzazione gruppi per il barcamp di venerdi, ritorno in aula per voto alle 22, poi albergo a preparare presentazione per venerdi

venerdi barcamp alla camera tutto il giorno salvo interruzione la mattina per mia interpellanza in aula e primo pomeriggio per riunione su ecommerce al Ministero Sviluppo Economico. rientro alla camera per chiusura barcamp, rientro a milano in treno (adesso)

domani sabato assemblea di Scelta Civica per elezioni europee a Milano e flash a Bergamo dall’amico e candidato sindaco Giorgio Gori.

domenica mattina due conference call e finalizzazione di docs per la settimana prossima.

è una settimana abbastanza impegnativa…


Ilaria dixit

secondo wikipedia l’epidemia H5N1 iniziò nel 2003 nel sudest asiatico, non nel 1999 ed il ceppo di tipo H9N2 non è indicato tra quelli riscontrati in Italia. chissà perchè tutto questo mi fa ripensare ai giudici che hanno ordinato “cure” (tipo Di Bella o Stamina)…

il danno di immagine è vergognoso e notevole; speriamo che facciano in fretta, prima che sia irreparabile.

riporto il post di Ilaria “I fatti sono altri

Le accuse false e sorprendenti che mi sono state mosse dal settimanale l’Espresso danneggiano la mia immagine e reputazione.  Sono certa che sarò scagionata. Il mio nome sarà comunque stato associato a questa incresciosa vicenda che merita un chiarimento da parte mia. La deformazione della realtà è talmente irreale che faccio fatica a capacitarmene.

Delle falsità riportate ve ne sono alcune che riguardano i fatti. Ad esempio si allude al fatto che l’epidemia di influenza aviaria che ha colpito l’Italia nel 1999-2000  fosse causata dall’illecita introduzione di un virus dall’Arabia Saudita. Se si fossero approfonditi i fatti  prima di lanciare questa accusa, si sarebbe notato  che  i focolai di influenza aviaria in Arabia Saudita erano stati causati da un ceppo di sottotipo H9N2 e quelli italiani da un ceppo H7N1. E’ come confondere le mele con le patate. A questo proposito, sottolineo che con l’ausilio delle informazioni genetiche sui genomi dei virus è possibile tracciare l’origine delle epidemie e, quindi, eventuali atti deliberati di diffusione virale verrebbero immediatamente posti all’attenzione della comunità scientifica.

Qualche  ulteriore precisazione per spiegare il contesto i mi sembra quindi doverosa. Tra il 1999 ed il 2004 il nord Italia è stato colpito da epidemie successive di influenza aviaria  nel pollame (NON causati da H5N1) che hanno avuto effetti devastanti sul patrimonio avicolo nazionale. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie è il laboratorio di referenza nazionale per questa malattia e, per i suoi compiti istituzionali, si occupa della sua diagnosi. Per far fronte alle epidemie è stata  sviluppata una strategia di vaccinazione autorizzata dal Ministero della Salute e dalla Commissione Europea. La strategia di vaccinazione ha portato all’eradicazione delle infezioni:  l’alternativa alla vaccinazione sarebbe stata l’abbattimento di milioni di animali.

Mi si accusa di aver trafugato stipiti virali e di averli ceduti alle aziende farmaceutiche dietro compenso. Per chi non lo sapesse, le multinazionali agiscono secondo regolamentazioni molto rigide e con certificazioni dei loro prodotti a tutela della salute pubblica. Secondo voi, vaccini messi in commercio e distribuiti secondo canali ufficiali avrebbero potuto contenere semenze virali di provenienza ignota? Sarebbe come commercializzare farmaci nei quali non è riportato il principio attivo.

Esistono canali ufficiali regolamentati  per la fornitura di stipiti virali che sono stati sempre rispettati: tutta la documentazione è a disposizione presso l’Istituto.  

Mi si accusa anche di aver operato per costituire un cartello di due aziende, Merial e Fort Dodge, per gestire la campagna di vaccinazione delle  epidemie italiane.  Se ci si fosse informati, sarebbe emerso che le aziende che hanno fornito vaccino nelle epidemie italiane 1999-2004 sono state Intervet, Merial e Fort Dodge, le uniche tre sul mercato, così come è avvenuto per la vaccinazione di emergenza del 2007.

Si parla anche dell’affare  “milionario” del brevetto DIVA. I proventi del brevetto ad oggi assommano a qualche centinaia di migliaia di euro.   Sono stati incamerati dall’IZVs, licenziatario del brevetto. I tre inventori hanno infatti ceduto i diritti di sfruttamento dello stesso. Tradotto, gli inventori ad oggi non hanno percepito alcunché.

L’aspetto che mi lascia sbigottita è il “collage ad effetto” costruito abilmente a fini mediatici - ma senza rispecchiare la realtà - collegando vicende sconnesse temporalmente ed interpretando in modo errato termini tecnici. Si fa riferimento, nell’ultimo passaggio, a come fatti avvenuti nel 1999 nel pollame siano correlati alle scelte di farmaci antivirali per l’uomo per combattere il virus H5N1 del 2005. Le indicazioni su queste scelte arrivano da organismi internazionali e le decisioni vengono prese dai Ministeri della Salute dei singoli Stati. Posso solo ricordare che non ho mai partecipato ad alcun passaggio decisionale in questo ambito, occupandomi della salute animale e non di quella umana.

Non solo per quanto ho fin qui esposto ma per molte altre falsità contenute nell’articolo, denuncerò l’Espresso per diffamazione. Non c’è verità in quanto scritto - forse per superficialità, noncuranza o per il tentativo di screditare una persona che ha dedicato la sua vita professionale con impegno, dedizione e serietà a combattere le epidemie e a far crescere un gruppo di ricercatori trasformandolo in un gruppo leader a livello mondiale. Mi domando da dove origini e a chi possa giovare tutto ciò.

Nessun indennizzo potrà mai rimuovere le “ustioni” che mi sono state causate, ma questi sono problemi miei. Mi domando, e vi domando, quali possano essere le motivazioni che hanno spinto queste persone a divulgare informazioni false, ad informarmi a mezzo stampa di essere indagata su questi fatti e a voler screditare me e la mia famiglia di fronte al mio paese ed alla comunità internazionale.


Imparando digitale - i risultati del monitoraggio

ho ricevuto i dati del monitoraggio della didattica fatta con i tablet dal Centro Studi Impara Digitale. questo è un estratto molto interessante che conferma la bontà dell’approccio, specie sugli studenti a basso rendimento, e la centralità del docente.

qualcuno potrebbe sorprendersi che i risultati migliori si riscontrino nelle materie umanistiche…

sulla didattica con tecnologie, avevo scritto questo.

il monitoraggio è stato fatto dalla Università Bocconi


11 mesi fa, oggi


"…come i bambini ad imparar le fiabe"

.. ti restano addosso, come fanno i bambini ad imparare le fiabe

me lo ha detto Chiara, una ragazzina di 14 anni che spiegava ad una blasonata delegazione che accompagnavo, come studiava.

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facciamo un esperimento mentale: immaginiamo che ci sia tutto il resto, ma non ci sia la scuola media nè il liceo.

niente, zero. non ci sono.

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siamo nel mondo di adesso, anzi, meglio, fra dieci anni: c’è internet, ci sono le automobili, i computer, i tablet, i forni a microonde ma non c’è la scuola.

adesso prendiamo un gruppo di ragazzini e decidiamo che li vogliamo formare.

inventiamo la scuola.

come la inventiamo ?

penna, calamaio e regolo calcolatore ?

(per chi non sa cosa sia un regolo calcolatore, questo è quello con cui mi sono diplomato io, accanto al mio tablet attuale)

oggi non torneremmo al regolo calcolatore.è ovvio, ci sono i telefonini ed i tablet.

e non torneremmo nemmeno al calamaio.

è ovvio, ci sono le penne.

quando arrivano strumenti tecnologici, li si adotta. non si pensa di tornare indietro solo per amore dei bei tempi andati.

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non torneremmo nemmeno alla calcolatrice.
è ovvio, ci sono i telefonini ed i tablet.

abbiamo fatto scuola ai ragazzi usando la calcolatrice.

ma non senza dibattiti sulla loro utilità. questi dispositivi perniciosi che renevano stupidi gli studenti, che non sapevano più far di conto autonomament, il cui uso prolugato aveva anche impatti negativi sullo sviluppo di capacità logiche e mnemoniche dei teneri virgulti

così si legge nell’archivio storico de La Stampa:

I mini-calcolatori sono presentì sul mercato in una vastissima gamma di modelli per il cui acquisto c’è solo l’imbarazzo della scelta. Con una spesa di tredicimila lire si può comprare un apparecchio di marca in grado di svolgere le quattro operazioni, ricavare percentuali e radici quadrate.
…Dopo un lungo periodo di ostracismo da parte degli insegnanti (la questione è tutt’ora controversa e non tutti sono disposti a tollerare l’uso in classe delle piccole calcolatrici), i «numeri facili», stanno, conquistando una massa sempre più larga di sostenitori. L’uso è semplicissimo, i risultati sono sempre esatti.
…C’è un solò inconveniente: l’uso prolungato del mini-computer può anche avere riflessi negativi sullo sviluppo delle capacità mnemoniche e logiche dei più giovani. Ci sono varie novità tecnico-didattiche che merita menzionare. L’evoluzione tecnologica, la necessità di un continuo aggiornamento, il bisogno di strutture sempre più idonee a prospettare l’insegnamento in una chiave moderna e ancorata alla realtà, pongono spesso i docenti di fronte a difficili problemi.

la calcolatrice c’è e ci sarà.

e allora, per non sbagliare, abbiamo la possibilità di verificare i conti fatti a mente (rectius, abbiamo il dovere, per non sbagliare; ci possiamo immaginare un grande analista che fa i conti a mente rischiando di sbagliare ?)

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torniamo all’invenzione della scuola, oggi.

assioma: internet c’è e ci sarà

e allora come inventiamo la scuola, dato che internet c’è e ci sarà ?

i contenuti stanno là dentro e con un qualunque dispositivo, sempre ed ovunque, possiamo accedervi.

quando ricordiamo qualcosa, sempre e dovunque possiamo verificarla

e non fidarci solo della nostra memoria,

internet c’è e ci sarà

e allora, per non sbagliare, abbiamo la possibilità di verificare le affermazioni fatte ricordando a mente (qualche settimana fa il blasonato giornale di cui sopra sosteneva la tesi che internet rende stupidi, per questo lo cito)

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una prima conseguenza che dovremmo trarre è che possiamo verificare tutto e quindi possiamo, e in alcuni casi dobbiamo, verificare tutto.

dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere curiosi, a verificare, non a pensare per sentito dire. “lo pensi o lo sai ?” è uno dei miei refrain preferiti.

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una seconda conseguenza che dovremmo trarre è che dovremmo insegnare ai ragazzi a cercare efficacemente districandosi tra miliardi di fonti, a valutarle, a separare la farina dalla crusca, (anche conoscere diritti e doveri tra cui il copyright, i creative commons, ecc.)

perchè non si può dare alle chiacchere da bar lo stesso peso di una conversazione scientifica. come non diamo al tabloid di second’ordine lo stesso peso che diamo a pubblicazioni scientifiche peer-reviewed. 

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nella nostra scuola che stiamo inventando oggi ci sono anche i libri.

anche. ci sono come legacy. li abbiamo prodotti fino ad oggi, possiamo usarli assieme a tutto il resto.

questo “anche” è rilevante.

accediamo “anche” ai libri, per ottenere brani di conoscenza, ma abbiamo una fonte primaria, multimediale, in cui i contenuti sono atomici, non selezionati da qualcuno, serializzati e impacchettati.

nella nostra scuola il docente assegna dei temi ai ragazzi e loro, separando farina dalla crusca, cercano tutto, verificano tutto, su base di singoli atomi (pezzi di unità didattiche), principalmente online ma anche su alcune “pagine” di “libri”.

ecco allora la terza conseguenza: i contenuti sono atomici ed i “libri” (ebook) non sono più l’input del processo, ma l’output prodotto dai ragazzi come sintesi della conoscenza ricercata ed appresa.

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e non possiamo dimenticare che il digitale è il regno della condivisione, che consente di operare sempre e dovunque, abilitando la azienda estesa.

fuori dalla scuola i contatti tra i ragazzi e con i docenti, oltre l’orario scolastico, erano impossibili.

ma online, invece, è possibile continuare a fare come a scuola.

e la quarta conseguenza è che la scuola non è più confinata ma è una scuola estesa

i ragazzi collaborano nel cloud, interagendo su internet tra loro e con i docenti, anche oltre i muri e gli orari scolastici

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come in ogni altro settore, il digitale è efficace non quando si digitalizzano singoli passaggi lasciando inalterato il processo, ma quando si approfitta delle caratteristiche di base del digitale per rivedere il processo rendendolo più efficiente ed efficace.

ciò che ho descritto come possibilità offerta dalle tecnologie (guai a chiamarle “nuove”) non è una revisione della forma come si esegue un anello del processo, ma una revisione del processo, della metodologia  didattica.

un didattica che smette di essere push e diventa pull.

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ovviamente non pretendo suggerire che tutte le scuole dovrebbero diventare così, oggi. ma penso che questa sia la linea giusta. (che poi è quella che propone il Centro Studi Impara Digitale).

scuole così ci sono, e sono sempre più numerose.

svolgono i programmi ministeriali in forma innovativa e ai ragazzi, in questo modo, le conoscenze restano addosso, come quando imparavano fiabe.


dovesalute.it, il servizio del MinSalute gira verso la direzione buona

subito dopo il lancio del servizio dovesalute.it avevo scritto questo post molto critico.

la mia tesi è che il ministero non debba fare servizi ma infrastrutture, lasciando che i privati usino dati, protocolli e standard per fare servizi e, soprattutto, promuoverne l’utilizzo (mentre lo stato deve intervenire laddove ci siano fallimenti di questo approccio o dove i comportamenti socialmente desiderabili non siano quelli derivanti)

ed ecco che a poco più di una settimana di distanza leggo su ForumPA

Ma c’è un’altra novità importante per questo portale in materia di Open Data, che ci anticipa la dott.ssa Ugenti: “A breve sarà disponibile il dataset delle strutture censite su dovesalute.gov in un formato aperto – Italian Open data License v 2.0 – standardizzato e leggibile dai sistemi informatici”.

a cesare ciò che è di cesare e a Beatrice ciò che è di Beatrice: questa, IMHO, è una iniziativa nella giusta direzione.

brava, bravi.


Bisognerebbe abbracciare la rivoluzione digitale, adesso..

ieri ho fatto una visita lampo ed un brevissimo intervento ad un convegno organizzato dall’Astrid di Bassanini sul “dopo-Caio”

l’annuncio di Merkel e Cameron della collaborazione Germania-UK per lo sviluppo della trasmissione dati di 5a. generazione (“5G”) fatto in apertura al CEBIT è stato evidenziato da Francois de Brabant come fatto rilevante di politica industriale, in grado di avere ripercussioni positive anche in Italia.

pensiamoci un attimo: i Presidenti di due tra i principali paesi europei vanno assieme ad inaugurare una fiera dell’elettronica ed annunciano una collaborazione per il più ambizioso progetto di ricerca e sviluppo dopo il GSM (che ha determinato la rivoluzione mondiale della telefonia mobile). Un evento di una importanza enorme… 

ho risposto con una battuta che la principale riflessione che ci si può aspettare in Italia come effetto dell’annuncio di cui sopra, è che buona parte dei nostri leader penserà che tra poco dovrà/potrà cambiare telefonino…

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la principale possibilità di sviluppo è abbracciare la modernità e internet è il catalizzatore dello sviluppo e della ricerca, pervasivo in ogni settore; rivoluziona le filiere, la società, la ricerca, la scuola, i media, il commercio, il turismo, l’agricoltura, ..; è diventata (ed ogni giorno che passa lo diventa di più) l’interfaccia utente del mondo. 

questa consapevolezza dovrebbe pervadere la nostra leadership, ma purtroppo non è così.

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un giornalista di un blasonato quotidiano mi ha telefonato ieri per dirmi che avrebbe proposto in riunione di redazione di occuparsi di questo annuncio e che quindi mi avrebbe richiamato per qualche dichiarazione.

un laconico SMS mi ha annunciato che non ci sarebbe stato spazio nel giornale per questa notizia

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Internet è per il XXI secolo ciò che l’elettricità è stato per il XX secolo, possiamo pensare allo sviluppo del secolo scorso senza elettricità ?

dopo che sono passati cinque anni tra il primo ed il secondo rapporto Caio, tutti gli addetti ai lavori siamo sempre più unanimemente convinti dell’importanza del tema digitale e della sua crescente urgenza.

il problema - centinaia di convegni dopo - è che siamo sempre e solo noi, che i nostri leader a questi convegni non ci sono. e quando capita che parlino di questi argomenti, di solito lo fanno per darsi una patina di modernità.

il modello di sviluppo di riferimento è rimasto largamente quello degli anni 50-60 centrato sulla crescita demografica; non capiscono veramente la rivoluzione delle filiere che il digitale ha determinato e se non ci si adatta ad una trasformazione così profonda, si può pensare di non perdere competitività ?

internet rende il mondo più piccolo; tutto è accessibile ovunque; i voli low cost sono abilitati da internet; spostarsi è infinitamente più facile rispetto alle emigrazioni del secolo scorso. chi veda dei bambini di 10 anni oggi e lo confronti a quando avevamo noi 10 anni, vede che siamo immersi in un pluri-linguismo senza precedenti.

quale attrattività possiamo avere per i nostri giovani che - grazie a tutto ciò - trovano facilissimo accettare la “offerta di residenza” di paesi che offrono maggiori opportunità per le nuove occupazioni determinate dal digitale e suo indotto?

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la differenza che c’e’ tra ICT e digitale è la stessa che passa tra l’industria di cavi/trasformatori e l’uso che dell’elettricità si fa nella società.

va bene occuparsi di ICT. è un prerequisito. ma pensiamo davvero che occuparsi di trasformatori sia sufficiente ed adeguato ?

bisogna abbracciare la rivoluzione digitale, adesso.


Perché sono per le pari opportunità e contro le quote di genere

penso che i generi pari siano. l’idea di avere “riserve” non mi piace.

se anche la accettassi, penso che il criterio non possa essere 50/50. penso che una pari opportunità al limite si dovrebbe basare sull’interesse per la materia.

invocheremmo la parità di genere per i meccanici ? o per gli insegnanti delle materne ? naturalmente no. l’interesse dei generi per le varie attività non è pari.

esiste un dato che possa essere usato come proxy dell’interesse di un genere per l’attività politica ?

secondo me si. il tesseramento in un partito politico è libero e non discriminato. chiunque si può iscrivere a un partito. e gli iscritti ai partiti sono per 3/4 di un genere e solo per 1/4 dell’altro.

pensare che da ciò si debba produrre una rappresentanza che sia 50/50 implica che un genere abbia la metà delle opportunità dell’altro.

per questo sono a favore delle pari opportunità e contro le quote di genere 50/50


Perché è sbagliato il servizio di Minsalute per la ricerca di ospedali

.. almeno questo è ciò che penso.

cosa dovrebbe fare lo Stato ? servizi, infrastrutture o standard ? prendo lo spunto da questo articolo di repubblica sul servizio in questione.

io sono uno di quelli che crede che lo Stato dovrebbe intervenire quando ci siano fallimenti di mercato e laddove sia necessario determinare comportamenti socialmente desiderabili altrimenti non ottenibili.

in generale ritengo quindi che lo Stato dovrebbe limitarsi a 1) definire regole, standard e protocolli e 2) controllare (audit)

ci sono dei casi in cui questo non è sufficiente perché non si sviluppano gli effetti che si desidera ottenere; in questo caso sarebbe comunque preferibile intervenire con stimoli.

io non credo opportuno che lo Stato si occupi di realizzare servizi, se non in situazioni di sistemi a rete (con finalità inclusive di soggetti altrimenti esclusi) o di fallimento del mercato.

durante lo scorso governo sono stato chiamato in qualità di esperto (pro bono) per fare una review di alcuni servizi in corso di sviluppo da anni nell’ambito del Ministero dello Sviluppo Economico.

ho suggerito di abbandonare l’idea della realizzazione di un servizio all’utente realizzando invece una infrastruttura di dati e protocolli, aperto a soggetti privati che avrebbero potuto realizzare i servizi agli utenti finali. cosa che avrebbe ridotto enormemente i costi ed aumentato la diffusione dei servizi.

una mente burocratica ha connaturata l’idea del monopolio dello Stato: faccio il servizio come viene, poi gli utenti dovranno usarlo. anche se a vederlo si direbbe essere fatto da un programmatore bulgaro degli anni 70.

un burocrate pensa “lo faccio; gli utenti o continuano come prima, o devono venire qui a usarlo”. con il risultato che si continua a fare come prima…

una mente di mercato pensa a come fare in modo che il servizio sia usabile, gradevole, efficace, che gli utenti lo adottino rispetto a quello di un concorrente.

già a partire dal linguaggio ci sono differenze: un burocrate pensa alla terminologia coerente con la normativa; un uomo di mercato pensa a quella che usano gli utenti. 

un burocrate tende a pensare alle funzioni, un uomo di prodotto a come queste sono impacchettate e proposte, un uomo di mercato alla diffusione del prodotto/servizio. 

pensate alla PEC: che voto di usabilità dareste a un simile servizio ? come la avrebbero fatta Steve Jobs o Google ? (faccio spesso questo esercizio mentale)

il cambiamento di approccio al MISE (che dicevo sopra) consente al ministero di risparmiare vari milioni di euro e molti privati potranno includere quelle funzioni nei loro software già presenti presso le aziende, con il risultato di favorirne la rapida diffusione ed utilizzo. (e magari dare opportunità di apertura di un nuovo piccolo mercato)

ecco, secondo me il Ministero avrebbe fatto meglio a fare ciò anche per le strutture sanitarie.

quanti sviluppatori avrebbero fatto App (anche a livello locale con georeferenziazione, con integrazione di altri dati locali), quanti portali e siti di news avrebbero fatto il loro sistema di consultazione dei dati, con il risultato di renderlo vicino agli utenti quando gli servirà ?

basta cercare su google “trova ospedale” per avere una risposta… (secondo voi, quanto è ottimizzato per i motori di ricerca il servizio del Ministero ?)

quanti utenti, invece, si ricorderanno di questo servizio tra un anno ? (o tra sei mesi ?) e come lo troveranno, nascosto probabilmente in 5a pagina dei risultati di google ? o al Ministero si metteranno a spendere soldi per la sua promozione su social o su motori di ricerca ? 

sarà interessante tra un anno vedere quante saranno state le consultazioni e quanto il costo del servizio.

ecco, io sono convinto che lo Stato, in genere, dovrebbe fare standard, infrastrutture immateriali; non servizi.

(btw, questo era anche l’oggetto di una conversazione che ebbi con Francesco Caio quando fu nominato ed ebbe a scegliere le priorità (infrastrutture immateriali) su cui si concentrò) 

c’è una distanza notevole tra saper immaginare un servizio online (anche essendo utenti esperti), sapere come svilupparlo (anche gradevolmente) e sapere come fare in modo che sia diffuso vastamente con efficienza ed efficacia.

sono molti, molti, molti chilometri (cit. di Indiana Jones)

resta la speranza che chi si dovrà occupare di questi temi, ancora non chiaro nella compagine governativa, sappia prendere come compagno di viaggio una persona competente.

un’ultima annotazione: sacrosanta la riduzione dei costi della politica, specie di quella “spesa oscura” dai cui rivoli (fiumi) sono partiti la quasi totalità degli scandali di pessimi utilizzi di denaro pubblico. (anche per questo nel gruppo Scelta Civica alla Camera è stata accolta la mia proposta di pubblicare periodicamente sul sito del gruppo le fatture delle spese sostenute).

ma il costo maggiore della politica è l’attuazione di cattive policies. su cui però si può intervenire (come l’esempio sopra o altre che ribaltavano costi sulla società) seppure non faccia finire sui giornali.